La Voce e il Coro
LA VOCE E IL CORO
Iniziamo subito con una precisazione importante: per “voce” non si intende solo il prodotto laringeo dato dall’incontro delle corde vocali con l’aria, ma anche il modo, personalissimo, con cui ognuno di noi comunica il proprio stato e le emozioni che sta vivendo.
In questo senso è importante formarsi un’idea del proprio “io-vocale” e sapere cosa lo può incoraggiare o inibire. Tutto lo studio intorno alla voce, in fondo, va principalmente in direzione della scoperta e dell’accettazione della nostra natura profonda, fisica e psichica, rivelata proprio attraverso la voce e non di rado in contrasto con l’immagine che ci siamo fatti, nel tempo, di noi stessi. Questo aspetto mette senz’altro in crisi, ma può rivelarsi utilissimo per la crescita personale e per il raggiungimento di un equilibrio psico-fisico basato più sulla nostra natura biologica che non su generiche convenzioni sociali di dubbia autenticità. Quindi: cantare fa bene, cantare è bello, e quando le due valenze (bene-bello) si fondono, non se ne può trarre che giovamento, in tutti i sensi, e si può espandere questo stato di ben-essere anche a chi ci sta intorno.
Ma cantare, specie da soli, fa anche un po’ paura, perché inconsciamente sappiamo che la voce rivelerà qualcosa di noi che ci è in gran parte sconosciuto e che non possiamo pienamente controllare: dunque occorre molta fiducia, da parte del Maestro e dell’Allievo, senso di complicità e di solidarietà, dal momento che la nostra fragile e delicata umanità è un fardello che ci portiamo tutti addosso, non risparmia nessuno, ma è anche il tesoro più prezioso che abbiamo.
Il Maestro di coro deve possedere delle doti di intuizione e di empatia veramente notevoli: deve sentire, su di se’, cosa accade nel suono dell’altro e coglierne il messaggio implicito, saper tradurre queste percezioni in sensazioni tattili e cinestetiche, e deve saper leggere fra le righe a livello psicologico, intuire ad esempio quando il pensiero contrasta con il corpo, quando c’è un’identità personale ambigua o contraddittoria, non fermarsi alle parole o alle apparenze, ma indagare i segni del corpo e del suono per aiutare la personalità nascosta a “nascere” e ad esprimersi. Tutto questo, naturalmente, nel segno del rispetto e dell’empatia, anche perché, diversamente, i tessuti corporei dell’altro percepiscono immediatamente il disagio dell’aggressione e della critica, diventando rigidi e impermeabili, lasciando la mente da sola! Ma quando si canta principalmente con la mente non solo ci si allontana da se stessi, ma si può arrivare anche a contraddire le parole che si stanno cantando, perché un suono che non si incarna, non trasforma la persona passando attraverso i suoi stessi tessuti corporei, è destinato a rimanere “vuoto”, non com-muove, non emoziona, al massimo stupisce, ma non penetra mai nel profondo.
Ognuno ha una sua strada comunicativa preferenziale, così come avviene per la gestualità: in ogni caso l’espressività di una persona passa sempre per il “centro” (qualcuno lo definisce hara, o anima…) che abita il proprio corpo, talvolta in modo coerente, altre volte in modo contraddittorio. Il lavoro sulla voce può riequilibrare questo rapporto, allentare tensioni, scoprire potenzialità insospettate, concentrare l’attenzione su di se’, risvegliare la percezione sottile, liberare e valorizzare il “centro” del corpo e la sua energia vitale.
Ogni voce è diversa da un’altra e non è separabile dalla persona che la possiede: il Maestro di coro ha, o dovrebbe avere, un’immagine sonora cui aspira, ma può realizzarla solo valorizzando e rispettando il “materiale” che ha, senza imposizioni o scelte inadeguate (e spesso vocalmente deleterie ).
Spesso, nei cori, ci si lamenta per l’assenza di “belle voci”, sottovalutando il fatto che anche una voce mediocre può raggiungere livelli di espressività veramente convincenti, se opportunamente stimolata e valorizzata. Non di rado la motivazione alla comunicazione espressiva “risolve” o comunque attenua anche i problemi tecnici più insidiosi, trova soluzioni ad-personam, funzionali per il contesto (se pur senza la benedizione dei trattati di canto!).
In questo senso il coro è anche una scuola di liberazione e di creatività, il Maestro deve fare i conti con realtà molto diverse e deve saper trovare per ciascuna di esse la soluzione ottimale, usando di volta in volta competenza, fantasia, tolleranza e lungimiranza, convincendo con empatia e ottimismo, facendo intravedere e gustare al corista le potenzialità della propria voce, oserei quasi dire “amando” la voce dell’altro, e con lei, inevitabilmente, anche la persona e il suo modo di esprimersi. Naturalmente tutto questo richiede una cura meticolosa e paziente, una fiducia incrollabile e una sapienza musicale non indifferente e molto duttile.
Mi piace ricordare una particolare abitudine corale che, mi pare, possa sottolineare questo atteggiamento di disponibilità e rispetto all’interno del coro:
il M°. F. Corti aveva l’abitudine di concludere qualsiasi esercizio, vocalizzo o prova corale con un umile “Grazie!” rivolto ai propri cantori, e non come forma di eccessiva cortesia, quanto piuttosto come gratitudine sincera verso un dono ricevuto: la voce di una persona che, con fiducia, si offre e canta per te.
Ogni compagine corale e ogni direttore ha un suo modo di iniziare la prova di canto: vocalizzi, riscaldamento vocale, esercizi di scioglimento muscolare, di respirazione…. Si può dire che vada bene tutto, purchè finalizzato al raggiungimento di qualcosa; non di rado invece accade che non solo manca un’idea precisa da perseguire, ma l’esercizio generico, e genericamente eseguito, conduce a un suono anonimo, “spinto” o senza energia, timbricamente opaco, di dubbia intonazione…insomma:inutile (se non dannoso)!
Quali sono i parametri a cui ci si potrebbe ispirare per iniziare a cantare:
- Essere o tornare ad essere in contatto con la propria vibrazione, non solo vocale
- Percepire la disponibilità dei tessuti nei confronti della vibrazione
- Poter contare su una respirazione efficace al canto: inpirazione “giusta” seguita da breve apnea, espirazione lenta e regolare effettuata immaginando di continuare ad espandersi a livello diaframmatico
- Percepire e restare in contatto con il piccolo centro del suono (il “focus”) e la sua sconfinata periferia, con il suo “nido” ideale, il dialogo fra i risuonatori, fra i diaframmi e le polarità del corpo
- Avvertire il contatto leggero del bordo delle corde vocali e quello più intenso del muscolo, riconoscere la “presa”, sul suono, del falsetto e del registro basso
- Saper condurre un vibrato leggero e regolare
- Lasciar emergere e incrementare i suono armonici (pulsazione)
- Permettere al tratto vocale di potersi distendere ed allungare
- Mantenere la stessa “forma”, lo stesso vibrato e brillantezza del suono, passando attraverso varie vocali, restare fedeli a un’idea di suono che compendia tutte le vocali
- Cantare intervalli ascendenti e discendenti con legato (di timbro, di vibrato, di intensità…)
- Cantare con agilità: far “dialogare” diaframma e laringe per sotenere, in leggerezza, passaggi veloci
Qualunque di questi punti può servire per lavorare vocalmente, si tratterà di decidere quale può risultare più utile in un dato momento; poi naturalmente sarà cura del Maestro ricordare e controllare che certi parametri sonori vengano effettivamente realizzati, altrimenti, torno a dire, il “vocalizzo iniziale” non sarà servito proprio a niente.
Quanto alla tessitura ideale per iniziare a cantare, direi senz’altro la zona centrale, la più comoda e facile, per poi dilatarsi verso il grave e verso l’acuto, magari per “salti” piuttosto che per scale, più soggette a fatica vocale.
Mi sentirei di consigliare al Maestro di coro un uso generoso e fantasioso di metafore e atteggiamenti globali molto espressivi, atti a suggerire, indirettamente, l’idea sonora che si intende realizzare.
Sappiamo infatti che la laringe è fortemente condizionata dal sistema nervoso autonomo (è innervata dal nervo vago, ramo ricorrente) ed è un organo appartenente al complesso vegetativo, per cui tende alla auto-regolazione e non ama un’ingerenza diretta. Chi ha fatto esperienza genitoriale o di insegnante, saprà facilmente riconoscersi in quella “autorità” che guida e indirizza senza troppo darlo a vedere, per non irritare il nostro interlocutore e portarlo magari a scelte o atteggiamenti contrari!